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Ormai lo sappiamo: l’industria dell’high-tech lancia costantemente sul mercato nuovi gadget sempre più sofisticati. Ciò che fino a qualche anno fa sembrava fantascienza diventa un prodotto reale, che conquista progressivamente la nostra quotidianità.
È il caso degli smart glasses, in italiano «occhiali intelligenti». Si possono usare per telefonare, ascoltare musica, visualizzare messaggi o servirsi dell’assistenza dell’intelligenza artificiale integrata che osserva il nostro campo visivo. Senza contare che fungono da macchina fotografica e videocamera. Il problema è che spesso chi viene ripreso non se ne può accorgere. Ciò solleva questioni importanti riguardo alla protezione dei dati e della sfera privata.
Gli smart glasses sembrano dei comuni occhiali da vista o da sole, ma dispongono di varie funzioni tecnologiche. A seconda del modello sono dotati di videocamera, microfono, altoparlanti, comandi touch, assistente vocale, funzioni di IA, sensori o un piccolo schermo nel campo visivo.
Mentre i visori per la realtà virtuale coprono in gran parte l’ambiente circostante creando una realtà artificiale, gli smart glasses restano in contatto con esso. Chi li indossa continua a vedere ciò che gli accade intorno, ma dispone di funzioni supplementari che possono essere visualizzate o attivate: per esempio assistenza alla navigazione, traduzioni o notizie.
Molti di questi dispositivi, inoltre, non funzionano in modo autonomo, ma sono connessi a un’app, uno smartphone o un cloud. Ciò permette di sincronizzare, salvare o rielaborare per determinati scopi foto, video, comandi vocali o dati di utilizzo.
Tutte queste funzioni possono essere molto comode: in viaggio, per fare sport, per un progetto creativo oppure per fornire un sostegno a persone con disabilità. Meta parla per esempio di cooperazioni con Be My Eyes, un’app che collega persone cieche o ipovedenti con dei volontari vedenti. Questi possono vedere attraverso gli occhiali quello che accade davanti alle persone bisognose di sostegno e aiutarle nella vita di tutti i giorni.
Oggigiorno vi sono diversi dispositivi, tra cui gli smartphone e le videocamere nascoste, che permettono di filmare segretamente. Ma nel caso degli smart glasses la novità sta nel fatto che sono «camuffati» da occhiali veri e per questo non danno l’impressione di essere dispositivi di registrazione. Se in treno di fronte a me è seduto qualcuno con occhiali del genere, o se nel cortile della scuola o a una festa qualcuno indossa degli smart glasses, potrei anche non accorgermene affatto. Soprattutto, nella maggior parte dei casi non è possibile capire se gli occhiali siano semplicemente indossati o se stiano filmando o ascoltando. Molti modelli sono dotati di una spia LED che si accende in caso di registrazione e i produttori rendono attenti al fatto che gli smart glasses non vanno accesi in luoghi sensibili. Ciononostante, la spia LED può essere facilmente coperta, rendendola invisibile, e, come emerge da un servizio della RSI, su Instagram e TikTok circolano filmati di persone riprese a loro insaputa, che quindi non hanno mai dato il loro consenso alla pubblicazione di queste registrazioni.
In Svizzera vige il principio secondo cui tutte le persone hanno la facoltà di decidere se la propria immagine possa essere ripresa e pubblicata e in che forma. Non appena su foto e video sono riconoscibili delle persone, le immagini sono da considerare quali dati personali degni di particolare protezione. Viceversa, ciò vuol dire che filmare altre persone senza il loro consenso o pubblicare le riprese può costituire una violazione dei diritti della personalità, soprattutto se la situazione è di natura privata, imbarazzante o compromettente.
Anche l’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT) si occupa sul suo sito Internet di smart glasses e stabilisce in modo chiaro: «Gli smart glasses più moderni [...] sono particolarmente discreti; consentono quindi di scattare fotografie e registrare video e audio di altre persone a loro insaputa nonché di condividerli in modo rapido e diretto [...]. Inoltre, sono integrati nei prodotti e nell’intelligenza artificiale di Meta. Queste funzioni costituiscono pertanto un rischio accresciuto per i diritti della personalità di terzi. Un trattamento di dati personali che viola il principio di trasparenza rappresenta dunque un’ingerenza nei diritti della personalità difficilmente giustificabile e quindi inammissibile».
Gli smart glasses fanno parte dei «wearable», ovvero dispositivi digitali indossabili, come smartwatch, fitness tracker o braccialetti per il monitoraggio della salute. L’IFPDT rende attenti al fatto che i wearable possono trattare dati personali degni di particolare protezione e che quindi devono soddisfare standard elevati di protezione e sicurezza dei dati. Tra gli aspetti importanti figurano, tra l’altro, la trasmissione crittografata dei dati, gli aggiornamenti di sicurezza e l’archiviazione trasparente dei dati. Molte funzioni non vengono eseguite solo localmente sul dispositivo, ma richiedono l’elaborazione in un cloud, per esempio per la sincronizzazione di dati o l’utilizzo di funzioni di IA.
La protezione della sfera privata è sancita dalla Costituzione federale (art. 13 Cost.) e dal Codice civile (art. 28 CC). Il Codice penale (art. 179bis, 179ter e 179quater CP) stabilisce che l’ascolto o la registrazione di conversazioni estranee senza l’assenso di tutti gli interlocutori così come la violazione della sfera segreta o privata tramite apparecchi di registrazione sono penalmente punibili.
A questi si aggiunge la legge federale del 25 settembre 2020 sulla protezione dei dati (LPD), il cui scopo è proteggere la personalità e i diritti fondamentali delle persone fisiche i cui dati personali sono oggetto di trattamento. Nel caso degli smart glasses non si tratta solo di immagini, ma, a seconda del dispositivo, anche di audio, dati di localizzazione, dati di utilizzo, contatti, comandi vocali o analisi di IA.
I giovani, in particolare, tendono a considerare soprattutto le funzioni. Ciò che li affascina è tutto quello che un dispositivo può fare, mentre le questioni concernenti la protezione dei dati passano in secondo piano. È quindi importante che i genitori ne parlino con loro:
Sai quali dati vengono raccolti dal dispositivo, che fine fanno e chi vi ha accesso?
Vengono elaborati per funzioni di IA?
È possibile cancellare i dati?
Bisogna inoltre sempre tenere conto del punto di vista degli altri:
Sai cosa significa il diritto alla propria immagine?
Sei consapevole del fatto che filmare qualcuno o registrare una conversazione senza consenso può avere conseguenze penali?
Cosa ne penseresti se su Instagram o in una chat di gruppo su WhatsApp comparissero foto e video che ti ritraggono, oppure tue registrazioni audio?
I giovani crescono a contatto con videocamere, messaggi vocali, storie e reel. In linea di massima sono consapevoli che non si dovrebbero mettere gli altri in imbarazzo. Gli smart glasses, però, rendono più difficile rispettare questo principio, perché le riprese vengono effettuate in modo più spontaneo. Chi indossa gli occhiali non deve tirare fuori il cellulare in modo evidente. Ciò abbassa la soglia di inibizione. Servono dunque chiare regole sociali:
Chiedere prima di registrare.
Rispettare un «no».
Non registrare conversazioni, filmare o scattare foto di nascosto.
L’utilizzo di smart glasses è assolutamente vietato in situazioni private o sensibili.
Non pubblicare un contenuto solo perché è divertente o pare innocuo.
D’altro canto occorre aiutare i giovani a fissare i propri limiti. Ciò può avvenire con frasi semplici come «non voglio essere filmato/a», oppure «spegni gli occhiali». Per i giovani, soprattutto quando si è in gruppo, ci vuole coraggio per dirlo apertamente. È quindi ancora più importante che gli adulti li sostengano e spieghino loro con chiarezza quali sono i loro diritti.
Bettina Bichsel è giornalista e redattrice. Tra le sue varie attività, scrive anche per il blog di Giovani e media.
Ultimo aggiornamento del testo il 08.09.26