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L’inizio del nuovo anno è spesso sinonimo di buoni propositi. Fare più attività fisica, mangiare meno dolci e, perché no, magari utilizzare meno gli schermi. Ma troppo spesso si ricade nelle vecchie abitudini. In questi casi può risultare utile guardare con schiettezza all’uso quotidiano dei media digitali della famiglia, fare insomma una specie di inventario, aiutandosi con le conoscenze emerse da uno studio di recente pubblicazione.
Fare un inventario significa stilare un quadro (obiettivo) della situazione. In relazione all’utilizzo dei media digitali, si tratta di capire insieme in che modo questi strumenti incidono sulla propria quotidianità, cosa funziona bene, cosa è divertente, dove vi sono potenziali conflitti e cosa risulta forse sbilanciato.
Per iniziare ci si può aiutare partendo da queste tre semplici domande.
Per esempio il contatto con gli amici, progetti creativi, proposte formative, video divertenti, partite ai videogiochi in compagnia.
Per esempio discussioni sul tempo di utilizzo degli schermi, conflitti legati ai videogiochi, il consumo compulsivo di serie televisive, trasmissioni TV dal contenuto discutibile, la costante reperibilità.
Per esempio altri hobby, l’attività fisica, il tempo condiviso, il sonno.
Discutere di media digitali assolve contemporaneamente due importanti funzioni: da un lato sposta l’attenzione dalla mera questione del singolo minuto di utilizzo alle esperienze e agli effetti di tale utilizzo. Dall’altro permette a genitori e figli di dialogare sull’uso dei media digitali nella propria vita quotidiana. Entrambi questi aspetti sono fondamentali, come testimonia anche il nuovo Studio EU Kids Online Svizzera.
Sulla scia degli studi realizzati nel 2012 e nel 2018, nel 2025 è stata condotta una nuova inchiesta che ha coinvolto circa 1400 bambini e giovani tra i 9 e i 16 anni di tutta la Svizzera e i loro insegnanti. Lo scopo di questa serie di studi rappresentativi è di comprendere meglio come gli adolescenti utilizzano i media digitali, quali vantaggi ne traggono e cosa ha invece un impatto negativo su di loro.
Il fatto che nel quadro dell’inchiesta quasi la metà dei bambini e dei giovani abbia indicato che i genitori non parlano mai o quasi mai con loro delle attività online, ha sorpreso anche i responsabili dello studio. Secondo il professor Martin Hermida, responsabile dello studio e docente all’istituto media e scuola dell’Alta scuola pedagogica di Svitto, ciò è dovuto a varie ragioni: «Molti genitori semplicemente non sanno cosa fanno i loro figli online, perché molte di queste attività si svolgono sullo smartphone e loro non hanno modo di controllare direttamente. A ciò si aggiunge la frenesia della vita familiare: per parlare bisogna trovare il momento giusto, in cui tutti siano aperti al dialogo. Eppure questo tipo di scambio è decisivo e sempre più importante, perché il panorama dei media digitali muta a grande velocità».
I bambini e i giovani si muovono con naturalezza negli spazi digitali. Tuttavia s’imbattono anche in contenuti problematici. Tra i più citati vi sono i discorsi d’odio, i contenuti problematici generati da utenti e le rappresentazioni a carattere sessuale. A ciò si aggiunge il fatto che i giovani, in particolare quelli più grandi, condividono i propri dati personali rendendoli visibili anche per persone a loro estranee.
Molti bambini e giovani sanno come proteggersi online: la maggior parte di essi conosce le funzioni di blocco e segnalazione e oltre la metà ne ha già fatto uso. Al contempo emergono incertezze nel trattare le informazioni in modo critico: solo poco più della metà dei giovani tra i 15 e i 16 anni è in grado di verificare l’attendibilità delle fonti online. E solo il 52 per cento degli intervistati sa cosa fare se qualcuno o qualcosa in Internet lo infastidisce.
Il 28 per cento dei bambini e dei giovani dichiara che i genitori non parlano mai con loro di ciò che fanno su Internet e un altro 18 per cento afferma che non lo fanno quasi mai. Quando capita loro qualcosa di spiacevole online, si rivolgono in primo luogo agli amici.
I bambini e i giovani desiderano più guide e consigli pratici, soprattutto sui temi fake news, protezione dei dati e ciberbullismo. Quasi un quarto dei giovani tra i 15 e i 16 anni ha inoltre già cercato, invano, di limitare il tempo trascorso su Internet.
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Di preferenza, è meglio parlare dei media quando non ci si trova in una situazione di crisi. Per esempio non quando, in qualità di genitore, si ha l’impressione che sia di nuovo il momento di fare una pausa da cellulare, videogiochi o televisione. Martin Hermida incoraggia esplicitamente i genitori: «I genitori non hanno bisogno di sostegno per sapere come impostare al meglio il dialogo con i propri figli. Nessuno lo sa meglio di loro». Egli ritiene che serva piuttosto ricordare loro di farlo regolarmente. «I bambini e i giovani vogliono essere presi sul serio, perché il modo in cui utilizzano i media è correlato alle loro esigenze. E poi gli stessi adulti sanno quanto sia difficile a volte mettere via il cellulare o spegnere il televisore».
Per rispondere a questa domanda, può essere utile distogliere l’attenzione da rigide prescrizioni di tempo. Invece di concentrarsi sul numero di minuti, è preferibile valutare le conseguenze dell’utilizzo dei media. Secondo Martin Hermida la questione fondamentale è se i propri figli hanno ancora risorse sufficienti per dedicarsi ad altri ambiti della vita: «Una situazione diventa problematica, se ai bambini e ai giovani rimane troppo poco tempo da dedicare a scuola, amici, riposo e attività fisica». È una cosa che i genitori possono facilmente osservare. E abbandonare le rigide prescrizioni di tempo permette di trovare soluzioni individuali.
Il dialogo è importante anche perché noi adulti non siamo in grado di proteggere completamente i bambini e i giovani dai rischi che comporta il crescere in un mondo digitale. Un fattore determinante è il modo in cui imparano ad affrontarlo, e ciò il prima possibile. Sebbene le competenze mediali vengano oggi insegnate a scuola, il tempo a esse dedicato è limitato. È così che molti temi possono essere soltanto toccati, ma non approfonditi. Di conseguenza è ancora più importante che i genitori prestino attenzione alle esperienze quotidiane dei propri figli e che pongano loro domande in proposito.
I figli devono per esempio sapere come fare per segnalare contenuti problematici e bloccare altri utenti. Secondo lo studio, quando capita loro qualcosa di spiacevole online, molti adolescenti si rivolgono prima di tutto agli amici. Tuttavia, bisogna comunicare loro che non devono avere paura a confidarsi con gli adulti. «Il timore che possa essere sequestrato il cellulare o la vergogna di aver commesso uno stupido sbaglio accrescono la riluttanza ad aprirsi con i genitori o altri adulti», spiega Martin Hermida.
Le regole non devono essere complicate. Semplici norme come «niente cellulare a tavola» o «niente schermi poco prima di dormire» hanno spesso effetti evidenti. È inoltre opportuno introdurre limiti di tempo per l’utilizzo di determinate app, per esempio per i social media. È anche importante che i genitori diano l’esempio: magari non passano ore su TikTok, ma spesso lo fanno davanti al televisore o sul pc. I figli notano se le regole valgono per tutti.
Per trascorrere meno tempo davanti agli schermi servono idee su alternative altrettanto piacevoli. Una piccola raccolta di spunti può essere d’aiuto perché forse in un primo momento i figli potrebbero non sapere come occuparsi senza apparecchi. Oppure si può organizzare un cantuccio nella loro stanza, dedicato ad altre attività: lavoretti manuali, disegno, lettura, strumenti musicali. Questo rende le alternative tangibili.
Nel caso dei figli più grandi vale la pena di dare assieme un’occhiata dietro le quinte del mondo online. Si può partire da un documentario sui social media per discutere dei meccanismi a monte, del fatto che team di ricercatori al servizio di piattaforme come TikTok o Instagram studiano modi per tenere gli utenti il più a lungo possibile connessi. Comprendere queste cose aiuta anche a utilizzare questi servizi con maggiore consapevolezza.
L’appello a un reset digitale è dunque soprattutto un invito a valutare continuamente insieme il proprio utilizzo dei media nella quotidianità e adeguarlo di volta in volta.
Bettina Bichsel è giornalista e redattrice. Tra le sue varie attività, scrive anche per il blog di Giovani e media.
Ultimo aggiornamento del testo il 30.01.26